Ho scelto da chi farmi guardare
Questo spazio ha dieci giorni. Il primo pezzo è uscito il 7 settembre, poi ne sono usciti altri tre, uno al giorno. L’ho annunciato su LinkedIn quando avevo quattro articoli in tutto, non venti. Mentre lo scrivevo pensavo che sarebbe stato più prudente aspettare di averne di più. Poi per una settimana non ho pubblicato niente.
Qualche giorno fa ho scritto che nessuno ha paura di sbagliare da solo: che l’errore, di per sé, non spaventa quasi nessuno e che quello che ferma le persone è il giudizio di chi guarda. Poi ho fatto l’unica cosa che quella tesi sconsiglierebbe. Ho scelto da chi farmi guardare, quando ancora non avevo niente da mostrare.
Non è una contraddizione. È lo stesso meccanismo usato dall’altro lato.
Lo stesso sguardo che ferma è quello che obbliga
Chi guarda alza il prezzo dell’errore. Su questo non ho cambiato idea: è esattamente il motivo per cui tanti progetti restano in una cartella, pronti al novanta per cento, in attesa di un momento in cui saranno abbastanza buoni da reggere il giudizio. Quel momento non arriva, perché non è una proprietà del progetto, è una condizione che ci si inventa.
Ma lo sguardo fa anche un’altra cosa, meno raccontata: trasforma un’intenzione in un impegno. Da solo puoi rimandare all’infinito senza che succeda niente, perché non stai deludendo nessuno. Con qualcuno che guarda, rimandare ha un costo. E per la prima volta è il rimandare a costare, non il provare.
Il punto è che quello sguardo, se te lo scegli, non è più lo stesso. Il giudizio che blocca è quello che non hai chiesto e che arriva su una cosa che non eri pronto a mostrare. Qui invece decidi tu cosa esporre, quando e in che forma. Resta il prezzo, ma lo paghi sapendo cosa compri.
C’è chi lo fa da anni, con numeri molto più scomodi dei miei
Io pubblico dei pensieri, che è la versione facile. Buffer, un’azienda che fa strumenti per i social, pubblica da oltre dieci anni i propri numeri: ricavi, metriche interne, perfino gli stipendi di tutte le persone che ci lavorano, con la formula usata per calcolarli. Non lo fanno per marketing, o non solo: lo fanno perché una volta che un numero è pubblico non si può più raccontarlo diversamente, nemmeno a sé stessi.
È una versione estrema e non è detto che vada imitata. Ma chiarisce cosa si guadagna: non visibilità, onestà forzata. Un numero scritto in pubblico smette di essere negoziabile.
Si pubblica quello che è fatto, non quello che si farà
Qui però serve una distinzione che cambia tutto, perché la stessa cosa fatta un attimo prima produce il risultato opposto.
Peter Gollwitzer, che studia da decenni come le intenzioni diventano azioni, ha pubblicato nel 2009 quattro esperimenti su cosa succede quando si annuncia agli altri un obiettivo legato alla propria identità, del tipo “diventerò uno che scrive”. Il risultato è controintuitivo: chi aveva comunicato l’intenzione ha poi lavorato meno per raggiungerla di chi era stato ignorato. La spiegazione degli autori è che l’annuncio dà già una parte della soddisfazione che darebbe il risultato: dichiarando chi vuoi diventare, ti senti un po’ più quella cosa lì e la spinta ad esserlo davvero cala.
Quindi farsi guardare funziona in un modo solo: mostrando quello che è già successo, non quello che succederà. “Ho scritto questo pezzo” è una cosa fatta e chi la legge può giudicarla. “Aprirò un blog e scriverò ogni settimana” è un annuncio e secondo quella ricerca è persino controproducente.
Quella ricerca gira soprattutto nella sua versione breve, il talk in cui Derek Sivers dice di tenersi i propri obiettivi per sé. Sembra l’opposto di quello che sto facendo qui. È la stessa regola presa dall’altro capo: non è una scelta tra dire e tacere, è una questione di quando si parla. Se parli prima, ti sei già preso una parte della soddisfazione. Se parli dopo, hai esposto una cosa che esiste e che chi legge può controllare.
È il motivo per cui, quando ho aperto questo spazio, non ho promesso nessuna frequenza. Non c’è un calendario da rispettare: esce un pezzo quando c’è un pezzo. L’unica cosa che dichiaro è quello che è già online e quello si può verificare.
La settimana che ho appena passato senza pubblicare niente è esattamente quello che quella scelta permette: non ho saltato nessun appuntamento, perché non ne avevo fissato nessuno.
Il confine con la vetrina
Raccontare il processo non è costruirsi una vetrina. La differenza si vede da cosa si è disposti a mostrare quando va male: chi fa vetrina pubblica solo i traguardi, con i numeri che convengono e le fatiche tolte dal racconto; chi racconta il processo pubblica anche i tentativi che non hanno funzionato, perché sono la parte che insegna qualcosa a chi legge. Ci sono tornato più avanti, parlando di Instagram: la differenza tra pubblicare per tenere un contatto e pubblicare per essere guardati è la stessa.
E c’è un secondo confine, più insidioso. Esporsi non significa esporre tutto. Scrivere in pubblico di come ragiono è una scelta, raccontare in pubblico ogni cosa che mi riguarda sarebbe un’altra. Non è quella che sto facendo. La trasparenza smette di essere onestà nel momento esatto in cui diventa un contenuto da produrre.
Per questo, per ora, mi basta questo: pubblicare quello che penso mentre lo penso, con il mio nome sopra, sapendo che qualcuno lo leggerà e potrà dirmi che non sta in piedi. È il prezzo che mi sono scelto ed è molto più basso di quello che pagherei tenendo tutto in una cartella, pronto al novanta per cento, in attesa di un momento che non arriva.
Se anche tu stai costruendo qualcosa in pubblico, o se hai smesso di farlo per un motivo preciso, scrivimi.
Riferimenti
- Peter Gollwitzer, Paschal Sheeran, Verena Michalski, Andrea E. Seifert, When Intentions Go Public: Does Social Reality Widen the Intention-Behavior Gap?, Psychological Science, 2009 (articolo sull’editore).
- Derek Sivers, Keep your goals to yourself, TEDGlobal 2010 (il talk): la versione divulgativa dello studio di Gollwitzer.
- Buffer, per la trasparenza pubblica su ricavi e stipendi citata qui (voce Wikipedia solo in inglese). I dati sono consultabili sulla loro pagina dedicata.